domenica 24 marzo 2013

L'allucinazine della modernità




ISBN13: 9788864730998

Data pubblicazione: 24 Marzo 2013

Pagine: 432INDICE
Introduzione p. 11
Parte prima. Civiltà e entropia
I. L’allucinazione della modernità 17
1. L’illusione tecnologica, p. 17; 2. L’esiziale superbia della modernità, p. 20; 3. La volontà di potenza e i limiti del mondo, p. 24; 4. La legge dell’entropia, p. 33; 5. L’entropia nei sistemi viventi, p. 35; 6. Entropia e sistema economico, p. 37; 7. L’energia nelle civiltà, p. 39; 8. Civiltà a energia solare e civiltà a energia fossile, p. 42
II. L’entropia della crescita e la crescita dell’entropia 45
1. La crescita esponenziale, p. 45; 2. L’esplosione demografica, p. 48; 3. Più cibo per tutti: la moderna agricoltura industriale, p. 50; 4. Cibo che consuma calorie, p. 52; 5. Dipendenti dai combustibili fossili, p. 54; 6. Il riscaldamento globale, p. 59; 7. Un «intrepido nuovo mondo», p. 63

Parte seconda. Genesi di un’allucinazione
III. Homo sapiens vs homo faber 69
1. Prigionieri di un’illusione, p. 69; 2. L’annichilimento dei significati, p. 73; 3. La lunga marcia del pregiudizio, p. 76; 4. I simboli di un mondo «vivo»: La parola e il mito, p. 79; 5. «Non di solo pane», p. 84; 6. Vita contemplativa e vita activa, p. 87
IV. La grande trasformazione 95
1. Modernità e mito, p. 95; 2. L’avvento della modernità, p. 102; 3. Lo spirito del tempo e l’immaginazione. La fallita rinascita del Rinascimento, p. 106; 4. L’Eclissi dell’immaginazione: la Riforma e la Controriforma, p. 112; 5. L’eclissi di Dio. Protestantesimo e spirito moderno, p. 115; 6. L’eclissi della verità: le Moderne scienze e l’avvento del Regno della quantità, p. 119; 7. L’eclissi della realtà: il dubbio cartesiano, p. 126
V. La nascita del Regno della quantità 133
1. L’oscurantismo dei “lumi”, p. 133; 2. La nascita dell’economia I. La società come «organismo biologico», p. 137; 3. La nascita dell’economia II. Le macchine sataniche, p. 146; 4. La rivoluzione industriale, p. 148; 5. Valore d’uso e valore di scambio, ovvero “beni” e “merci”, p. 155; 6. L’inferno, p. 163; 7. La vittoria del Progresso, p. 169

Parte terza. Mitologia della modernità
VI. Interludio. L’aporia della modernità 175
VII. Il mito dell’economia e la superstizione del denaro 185
1. Il mito dell’economia, p. 185; 2. Parole simili per significati opposti, p. 192; 3. L’illusione del denaro, p. 196
VIII. Il mito della scienza e il totalitarismo della tecnica 209
1. Il mito della scienza, p. 209; 2. La nascita della tecnica, p. 218; 3. Dalle tecniche all’Universo Tecnico, p. 222; 4. Il «dislivello prometeico», p. 229; 5. Prometeo scatenato, ovvero l’illusione che la tecnica sia nelle mani dell’uomo, p. 233; 6. Schiavi della tecnica, p. 240
Parte quarta. La modernità
IX. Se questo è un uomo 249 1. L’illusione del «migliore dei mondi», p. 249; 2. L’uomo fabbricato in serie, p. 252; 3. L’uomo merce, p. 260; 4. Animal laborans, p. 263; 5. Il fare senza scopo: Animal efficiens, p. 271; 6. Animal consumens: le merci come ricatto e come destino, p. 280; 7. L’ubiquitario canto delle sirene: l’adulto bambino e il mondo come mammella, p. 287; 8. I bambini adulti: la formazione del «recettore», p. 291; 9. Il confortevole nulla della quotidianità, p. 296; 10. Il mondo in effige, p. 303; 11. La terra desolata, p. 307
X. La soluzione finale: il mondo come merce e come mercato 317
1. Condannati a crescere, p. 317; 2. L’età dell’oro del capitalismo, p. 322; 3. La fine (temporanea) dell’illusione, p. 325; 4. Il trionfo della crescita, p. 329; 5. Scricchiolii del sistema, p. 334; 6. Interludio. Comunismo e capitalismo: chiosa su una falsa dialettica, p. 337; 7. La vittoria della «mano invisibile»: la trasformazione del mondo in merce e mercato, p. 341; 8. Raschiare il fondo del barile: il delirio dell’economia «immateriale» e la voragine del debito, p. 351; 9. La fine della corsa, p. 360
XI. L’immaginazione cosmopoietica 365
1. Vecchio pensiero nuova realtà, p. 365; 2. Immaginazione e realtà, p. 373; 3. Una diversa immaginazione, p. 381; 4. Imaginatio vera, p. 396; 5. Mundus humanus, p. 412
Bibliografia 421

lunedì 4 marzo 2013

Recensione: Il tramonto dell'euro, di Alberto Bagnai


il-tramonto-dell-euro-libro-1Secondo le dottrine indù Maya rappresenta l’illusorietà del divenire fenomenico che, pur non possedendo una realtà inerente, si frappone come un velo davanti al nostro sguardo, impedendo la vista del “reale” (da qui la definizione shopenauriana: “Il velo di Maya”)
            Se dal punto di vista ontologico viviamo in un’illusione, la stessa cosa si può dire secondo un punto di vista assai più terreno, quello della narrazione dei fatti e degli eventi e della vita di tutti i giorni, quello che si suole, con un eufemismo abbastanza grottesco, chiamare “informazione”.  Anche qui la rappresentazione dei fenomeni copre con uno spesso velo la realtà, solo che in questo caso il velo è costituito dalle menzogne con le quali, ciò che chiameremo pietosamente lo “spirito del tempo” (Zeitgeist direbbero i colti) cela la verità delle cose attraverso le lenti deformate dalla propria visione del mondo (in questo caso, i colti di cui sopra, userebbero il termine Weltanschauung).
            In quest’ottica possiamo osservare il castello di fandonie che è stato costruito, negli ultimi decenni, dalle varie marionette di regime (giornalisti, economisti, politici), riguardo alla costruzione del famoso “sogno” europeo, alla crisi, alla moneta unica. Tutto questo per convincere gi ignari cittadini  -e forse anche se stessi- che tutto quello che veniva attuato sulla loro pelle e loro malgrado, e che è costato loro “lacrime e sangue”, (economicamente parlando), veniva fatto per “il loro bene” (visto che vi è sempre qualcuno così lungmirante e generoso che conosce quale sia il bene altrui e lo persegue, nonostante tutto).
            Così è stata fatta un’accurata e quasi perfetta opera di disinformazione atta a convincere tutti che questo Sogno, sognato solo da alcuni, dovesse  essere il Sogno di tutti. Certo, ma come non pensare che i sogni di tutti non debbano essere popolati d’altro che una moneta unica,  un grattacielo situato a Francoforte con davanti una € circondata da tante stelline? Come non ritenere ovvio che la direzione maestra sia quella di sottoporsi ad inutili sacrifici, sottoporsi a parametri macroeconomici arbitrari, che vengono dettati da istituzioni misteriose e da sublimi maggiordomi dai volti, per la verità assai repellenti, dei vari Van Rompuy e Barroso,? Ma certo, è talmente ovvio che questa sia la strada maestra, che vi è anche stato bisogno di creare una sorta di moderna Geheime Staatspolizei (continentale, questa volta) chiamata Eurogenfor atta a punire tutti riottosi che vivono nel peccato perché –mirabile dictu- non credono nel Sogno.
            Quanto a noi,  ammettiamo la nostra condizione di peccatori, questo Sogno proprio non riusciamo a farlo nostro, nemmeno nei momenti nei quali  la nostra coscienza si assopisce per scivolare nell’oblio del  riposo. No, non è mai accaduto. Ci è capitato sì, di sognare fiumi di latte e di miele, pecore che vivessero in armonia coi lupi; persino frotte di Bond Girls o di conigliette discinte che giocano a pallavolo ai bordi della piscina (nostra, nel sogno) . Ma, sicuramente non ci è mai accaduto di sognare unioni valutarie o politiche che comportassero sacrifici inenarrabili e gratuiti. E, visto che siamo piuttosto blasfemi (perché i Sogno è una moderna religione[1]), pensiamo che nessuno (a parte gli artefici del Sogno) possa affermare di averlo mai sognato.
            In questi ultimi anni  molti cittadini europei (anche se la dizione è impropria, perchè l’Europa è un concetto, non uno stato) hanno potuto scoprire sulla propria pelle che questo famoso sogno è diventato un incubo.
            In questo contesto, il libro di Alberto Bagnai, che porta il suggestivo titolo “Il tramonto dell’euro”, è assolutamente prezioso, perché compie un’opera di disvelamento particolarmente efficace. Inoltre, contrariamente a quanto si possa pensare, trattandosi di un libro di argomento economico, la lettura è estremamente gradevole, spesso appassionante, grazie alla piacevolezza e alla vivacità dello stile e alla spassosa ironia che l’autore spande a piene mani nelle oltre 400 pagine del volume, quasi volesse smentire recisamente le parole di Carlyle che definì l’economia come “la scienza triste” (The dismal science).[2]
            Questa levità stilistica, tuttavia, non inficia il rigore scientifico e la precisione  le quali ‘autore tratta l’argomento (il libro abbonda di dati, tabelle e riferimenti bibliografici), ma ha il grande pregio di farne una lettura per i più, e non solo per “addetti ai lavori”. Questa, dobbiamo riconoscere, è una dote rara, ai nostri tempi.
            Egli ci racconta che le tante parole e frasi che, negli ultimi anni, hanno riempito ogni angolo dell’etere e della carta stampata, come “rigore”, “austerità” e, l’onnipresente “ce lo chiede l’Europa”, non siano state altro che una propaganda assai pervasiva ed estremamente efficace per nascondere il vero volto dei fatti. La realtà è stata nascosta dal velo di Maya fabbricato della “bava essiccata di generazioni di mentitori di professione[3], che hanno parlato, più che altro, della finanza impazzita, degli speculatori cattivi e dei perfidi banchieri che complottano alle spalle degli ignari cittadini,  e chi più ne ha, più ne metta. Anche se le categorie citate hanno – ovviamente – gravi colpe, una spiegazione veridica di ciò che sta avvenendo, non può limitarsi a questa narrazione patinata.
            Difatti, l’Autore ci racconta che la spiegazione è da cercarsi altrove: “Entrando nell’Euro, i paesi membri sono stati degradati al rango di econome emergenti, perché hanno perso il controllo della valuta nella quale denominare il proprio debito” (pag 40)”
            Da lì passa a spiegare la teoria delle aree valutarie ottimali (il cui acronimo suona OCA, dall’ingleseOptimum Currency Area), che “è definita come l’assieme di Paesi che può dotarsi senza problemi di una valuta unica [...]  i nostri politici hanno sognato e, soprattutto, voluto che l’Europa fosse un OCA, cioè potesse trarre grande giovamento di una moneta unica” (Pag.112),
            E quali sono i criteri che  definiscono l’OCA? Certamente deve esservi una certa omogeneità tra le economie dei paesi che ne fanno arte, in particolare il tasso di inflazione deve essere simile, così la politica fiscale, e le politiche del lavoro. Inoltre deve essere possibile la mobilità delle persone e delle merci, il che comporta una fiscalità omogenea e sistemi pensionistici integrabili (ovvero, per dirla in parole semplici, se qualcuno va a lavorare in un altro paese, deve poter contare su una continuità contributiva). Inoltre, le aree economicamente più deboli devono poter essere sostenute  dalla fiscalità generale (tramite trasferimenti diretti e/o sgravi fiscali, come avviene negli Stati Uniti).
            Questo, tuttavia, non è stato il caso dei paesi aderenti all’unione monetaria europea, come denuncia l’autore:
“ La teoria suggeriva che l’Europa non poteva essere un’OCA e che il sogno sarebbe diventato un incubo. La decisione quindi non poteva essere tecnica, doveva essere politica, di quella politica pelosa che dichiara di volare alto, al di sopra della piatta razionalità tecnicistica, e quindi induce al sogno, cioè al sonno, i molti, perché questo è il modo migliore per fare l’interesse dei pochi, di quelli che possono pagare” (p.113)
          Come al solito, siccome nil novum sub sole, tutto era già stato visto e descritto, nella fattispecie nella crisi Argentina che tanti dispiaceri aveva causato nei piccoli risparmiatori, grazie anche alla protervia delle banche che li avevano mal consigliati (ma gli economisti non dicevano che “non ci sono pasti gratis”? o forse così diceva la prima legge della termodinamica?), come è descritto nel cosiddetto Ciclo  di Frenkel che descriviamo brevemente.
         Il primo passo è quello della liberalizzazione dei movimenti capitali e l’adozione di un cambio fisso tra paesi con situazioni economiche disomogenee. In un secondo momento si osserva un afflusso di capitali esteri verso i paesi più “deboli”, che offrono rendimenti più elevati, per finanziare il settore privato. Quest’afflusso  stimola una temporanea crescita economica, con  un parallelo aumento dell’inflazione e una riduzione del debito pubblico. Tuttavia, un’inflazione più alta rispetto a quella dei paesi più forti, provoca una perdita di competitività (a causa dell’aumento dei costi di produzione) e, quindi, un ingravescente deficit commerciale (a causa delle importazioni).
         A un certo punto la situazione viene percepita come rischiosa dagli investitori , e l’afflusso di capitali si arresta. Per ottenere ulteriori capitali (prestiti) i paesi in questione sono costretti ad alzare i tassi di interesse e la situazione situazione si fa sempre più instabile, fino ad innescare una vera e propria crisi debitoria (quello che, relativamente alle aziende private, si chiama insolvenza.
 “Se era chiaro che la rigidità del cambio creava dei problemi, se c’era stata la crisi del 1992, perché mai i governi europei hanno deciso di rientrare in questa trappola? [...]Di certo tra le motivazioni di questa scelta c’era il Sogno, il grande Sogno europeo, con la “S” maiuscola, ma c’era anche la consapevolezza del fatto che, in economia, le scelte sbagliate fanno vincitori e vinti” Pag 102
            La moneta unica toglie  l’unica arma a disposizione dei paesi più “deboli” per rendere le proprie merci più competitive sul mercato internazionale (almeno rispetto ai paesi dotati di medesima valuta, leggi Germania, in questo caso), che è quella della svalutazione della propria moneta,  quindi essi devono “svalutare” i fattori di produzione e, nella fattispecie, quello più facile da svalutare, ossia il costo del lavoro. Ergo, è facile capire chi deve sopportare i maggiori costi di questa scelta.
Quello che inquieta è il disegno politico di quest’operazione: l’idea che in una democrazia i governanti possano procedere in modo autonomo, prendendo delle decisioni che costringono i cittadini a “fare la cosa giusta” imponendo loro dei costi [..]… Dietro al grande “sogno” europeo si intravede, in realtà un disegno di compressione delle libertà civili ed economiche delle classi subalterne in nome del famoso vincolo “esterno” (Pagg.126-127)
            A questo punto appare tutto abbastanza chiaro. Che fare, dunque? I palcoscenici televisivi e le pagine dei giornali abbondano, per la verità, di economisti da salotto o di pifferai di regime che propongono innumerevoli e mirabolanti soluzioni quasi tutte fatte di sacrifici (altrui) e pertanto degne delle immortali parole di Stefano Ricucci[4].
            Bagnai, invece ricorre a qualcosa di assai più desueto, ovvero al buon senso, il quale ci dice che, siccome, errare è umano (anche se  non di errori si trattò), ma perseverare è diabolico, vi è un’unica soluzione possibile, dalla quale discendono tutte le altre, ovvero. “ Uscire dall’euro, come affermazione di sovranità e di democrazia, riprendendo il controllo della politica valutaria “
Dopodiché si potranno fare tante altre cosette, per uscire dalla shock economy (ricordate il nanetto di Chicago, amico di Pinochet?) nella quale siamo stati volutamente cacciati, come
“-Ristabilire il principio che la Banca centrale è uno strumento del potere esecutivo e non un potere indipendente all’interno dello Stato
-Riprendere il pieno controllo della politica fiscale, cioè ripudiare gli obiettivi di pareggio di bilancio che costringe a rispondere alle crisi con tagli e aumenti delle imposte
- Adottare una politica di scambi con l’estero che tenda all’equilibrio della bilancia dei pagamenti
- Ristabilire la separazioni delle funzioni tra  banca commerciale e banca d’affari (abolita dalla riforma bancaria del 1994)”
Insomma, liberata dai vincoli e dalle pastoie del “ce lo chiede l’Europa”,  la politica potrebbe promuovere tante simpatiche iniziative per un’economia sostenibile, quali:
“La riqualificazione del patrimonio pubblico (scuole, patrimonio artistico e archeologico)
La riqualificazione del territorio (rischio idrogeologico, recupero di terreni agricoli)
La definizione di un piano energetico nazionale volto al contenimento degli sprechi e alla conversione energetica con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fonti fossili
Implementare le reti di trasporto locale.
Promuovere le filiere commerciali corte, che favoriscono i produttori locali
Questo è un programma che sottoscriviamo in pieno, ed è inutile dire che per attuare una qualsiasi politica che abbia un senso, è necessari uscire dallo stato di perenne emergenza che i “vincoli esterni” ci impongono. Anche se abbiamo già scritto altrove[5] che il capitalismo morente agisce con una “pompa aspirante” che opera tramite la politica per estrarre le ultime gocce di valore di scambio dagli stremati cittadini, onestamente, quello che sta accadendo ora, supera le nostre previsioni. Specialmente se pensiamo alll’esperimento sociale che sta avvenendo sotto i nostri occhi, quello che questo raccapricciante mostro, chiamato Unione (sic!) Europea sta compiendo con la sfortunata Grecia. I moderni e anaffettivi burocrati dal volto pulito, i Draghi, i Monti, i Van Rompuy, i Barroso, ci ricordano quella “banalità del male” già incarnata in passato da personaggi altrettanto grigi come Adolf Eichmann. Ma forse il concetto diUntermenschen non è solo un ricordo del passato.

Ps. Segnaliamo anche il Blog di Alberto Bagnai che costituisce un’interessantissima piattaforma di approfondimento su questi argomenti: www.goofynomics.blogspot.it/
  • Titolo: Il tramonto dell’euro. Come e perchè la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa
  • Autore: Alberto Bagnai
  • Editore: Imprimatur
  • Data di Pubblicazione: Novembre 2012
  • ISBN: 8897949282
  • ISBN-13: 9788897949282
  • Pagine: 414
  • Prezzo: € 17.00

[1] Vedi il breve saggio di Walter BenjaminIl capitalismo come religione
[2] Truly, my philanthropic friends, Exeter Hall philanthropy is wonderful; and the social science — not a “gay science,” but a rueful –which finds the secret of this universe in “supply and demand,” and reduces the duty of human governors to that of letting men alone, is also wonderful. Not a “gay science,” I should say, like some we have heard of; no, a dreary, desolate and, indeed, quite abject and distressing one; what we might call, by way of eminence, the dismal science. Thomas Carlyle, Occasional Discourse on the Negro Question
[3] Cfr. Renè Daumal, La conoscenza di sè
[4] Sso’ ttutti bboni a ffa er froscio cor culo de l’antri
[5] Vedi:Vedi: “La soluzione finale: il mondo come merce e come mercato, in L’allucinazione della modernità, Editori Riunit-University Press 2013

sabato 2 marzo 2013

Prometeo al mercato, ovvero la medicina ai tempi della crisi


Prometeo al mercato, ovvero la medicina ai tempi della crisi

Secondo la narrazione di Esiodo ed Eschilo, il titano Prometeo fu colui che il fuoco agli uomini e, per questo fu condannato da Zeus ad un supplizio eterno. Il dono di Prometeo simboleggia la conquista della tecnica da parte dell’uomo e, per estensione il progresso tecnologico.
La dottrina del progresso, che postula un’illimitata evoluzione tecnologica come parte integrante di un cammino progressivo verso il “meglio”, non include nella propria visione la prospettiva di doversi confrontare con qualsivoglia limite, incluse le condizioni economiche sfavorevoli in cui oggi si trova la maggior parte delle Nazioni. La strada verso il “meglio” è considerata parallela a quella verso il “più”: il progresso e la crescita economica sono considerati come gemelli siamesi che procedono inseparabili verso un luminoso futuro.
Quest’idea di progresso ha plasmato anche la moderna concezione di ars medica, che non conosce limiti all’evoluzione tecnologica delle pratiche diagnostiche e terapeutiche.
Nel corso dell’ultimo secolo la medicina moderna è stata protagonista di clamorosi successi: ha debellato molte malattie che erano tra le maggiori cause di morte del passato, è stata responsabile del drammatico aumento dell’aspettativa di vita e della diminuzione della mortalità infantile che si sono verificate nelle nazioni industrializzate (e, in misura minore, nel resto del mondo). Tuttavia, oggi, i moderni sistemi sanitari stanno affrontando crescenti difficoltà, non solo nel migliorare la propria efficacia nelle cure della salute, ma anche, semplicemente nel mantenersi ai livelli del recente passato. Questo è dovuto a molteplici fattori, uno di questi è riconducibile a quella che l’economista inglese David Ricardo definì la legge dei ritorni marginali decrescenti[1], un’altro è senz’altro da individuarsi nell’incompatibilità tra l’idea di progresso infinito e la finitezza delle risorse di cui le società possono disporre
  

I ritorni marginali decrescenti

  In economia,  i ritorni marginali di un fattore di produzione in genere diminuiscono con l’aumento di input del fattore medesimo. Per dirla in parole più semplici si può usare una definizione che suona un po’ come uno slogan: col 20% degli investimenti può essere ottenuto l’80% di successo; ma è necessario l’80% degli investimenti  per arrivare al 100%.
Si può affermare che la più parte dei successi della medicina, nell’ultimo secolo, sia stata ottenuta con mezzi relativamente semplici e poco onerosi, come il miglioramento dell’alimentazione e delle condizioni igieniche, l’introduzione degli antibiotici e dei vaccini e, in misura minore, con la chirurgia asettica e l’avvento delle moderne tecniche rianimatorie. Da lì in poi i miglioramenti ottenuti, seppure indiscutibili, sono stati marginali.
Il grafico seguente può illustrare con immediatezza visiva il calo della “produttività” del sistema sanitario degli Stati uniti nel corso di cinquant’anni(sempre definita come aumento dell’aspettativa di vita e diminuzione della mortalità infantile per unità di spesa)

Produttività del sistema sanitario U.S.A. 1930-1982.(Indice di Produttività  = Aspettativa di vita/ spese per la sanità). J. Tainter, The collapse of   complex society ,1988

Se questo grafico fosse stato costruito includendo anche gli ultimi trent’anni, la curva discendente sarebbe assai più ripida, perché l’introduzione continua di nuove e sempre più costose tecnologie, sta comportando un aumento incontrollato delle spese che i sistemi sanitari devono sostenere, spesso con benefici marginali o ì, addirittura dubbi.

Il progresso illimitato e la limitatezza delle risorse
La concezione moderna di progresso illimitato ha portato inoltre, ad una idea di medicina che non pone limiti alle possibilità di miglioramento della “salute”: qualunque sia il risultato che si ottiene, esso non sarà mai sufficiente a soddisfare le aspettative. Quest’attitudine conduce inevitabilmente allo scontro tra questo tipo di “esigenze”, che è illimitata, con i limiti delle risorse a disposizione per soddisfarla.
 Di fatto, la sostenibilità dei sistemi sanitari in tutto il mondo è messa a dura prova di fronte agli oneri economici ed organizzativi che queste “esigenze” comportano. L’introduzione di tecnologie sempre nuove e sempre più costose comporta  sempre crescenti, così la richiesta da parte della popolazione, di un aumento della quantità delle cure e di un continuo miglioramento della loro qualità, inoltre la continua pressione della ricerca e dell’industria verso l’adozione di pratiche terapeutiche sempre più innovative ma, al contempo, sempre più costose.

In passato, la sostenibilità finanziaria del sistema era consentita dalla crescita economica continua, ma cosa succede se quest’ultima non si verifica? Il modello che presuppone un progresso illimitato finanziato da una crescita economica infinita è estremamente pericoloso, perché presuppone un andamento lineare e prevedibile di un sistema complesso quale sono le moderne società e le moderne economie, business as usual che non è affatto certo o scontato.
Nel grafico seguente è riportato l’andamento dell’aspettativa di vita in Russia negli anni immediatamente precedenti e successivi al crollo del comunismo:
 Fonte: Vladimir M. Shkolnikov, France Mesle: The Russian Epidemiological Crisis as Mirrored by Mortality Trends In: DaVanzo, Julie and Gwen Farnsworth. Russia's Demographic ''Crisis''. Santa Monica, CA: RAND Corporation, 1996.

Come si può vedere, dal 1988 al 1993, l’aspettativa di vita per gli uomini è calata di ben otto anni, e di circa quattro per le donne (con un picco di calo tra il 1990 e il 1992). Questo fenomeno è indicativo del fatto che una crisi grave in un sistema sociale colpisce gravemente i sistemi sanitari, nonché le altre condizioni (alimentazione , igiene, stile di vita) che sono fondamentali per la cura della salute. Non solo, ma ci mostra anche che, quanto più l’organizzazione di un sistema sanitario è complessa e costosa, tanto meno è resiliente nei confronti delle eventuali crisi. In questi ultimi tempi stiamo assistendo allo stesso fenomeno (anche se meno grave in termini quantitativi) di ciò che si verificò in Russia, anche lì, il sistema sanitario sta collassando a causa di una grave crisi economica verificarsi di crisi.

Sostenibilità ed etica

Il discorso sulla sostenibilità delle cure, non è volto ad auspicare un ritorno al passato o stimolato dai richiami al contenimento dei costi da parte di autorità politico economiche (“ce lo chiede l’Europa”), che fanno riferimento soltanto ad un determinismo di natura contabile, che è segno di un’abdicazione da parte della sfera politica a favore di quella economica. Il discorso è invece assai più complesso e si riferisce all’incompatibilità logica tra aspirazioni infinite e risorse finite, tra l’astrazione delle speranze e la concretezza della realtà fattuale.
In realtà, ad oggi, il Servizio Sanitario Italiano è uno dei meno costosi tra i paesi occidentali (WHO: Global Health Expenditure Atlas  2011, OECD Health Data 2012) e uno dei più efficienti ed efficaci a livello mondiale (WHO: World Health Statistics 2012). Questi proclami allarmistici lanciati ad arte ci sembrano pertanto capziosi e strumentali, ma assolutamente inappropriati ad affrontare la questione nel merito.
Il tema è assai più complesso rispetto ciò che vorrebbe la banalizzazione contabile, e si riferisce all’incompatibilità logica tra aspirazioni infinite e risorse finite, tra l’astrazione delle speranze e la concretezza della realtà fattuale.
Attualmente, nel mondo non vi è alcun sistema sanitario che sia sostenibile a lungo termine e, se un sistema non è sostenibile, non potrà mai essere equo ed efficiente. 
E’ senza dubbio necessario riconsiderare l’idea di progresso infinito e di innovazione tecnologica nel campo delle cure della salute. Questo comporta la ridefinizione dei concetti di salute e malattia, nonché quella di cure e terapia.
Questo è un compito non solo epistemologico, scientifico e organizzativo, ma, in primo luogo etico. Se non lo fanno coloro che sono preposti alle cure, lo faranno altri, con criteri astrattamente contabili o di altro genere che non saranno certo quelli corretti ed  appropriati per affrontare un tema così complesso.





[1] David Ricardo. On the Principles of Political Economy and Taxation (1817)