lunedì 8 luglio 2013
venerdì 24 maggio 2013
Recensione a L'ALLUCINAZIONE DELLA MODERNITA', di Loris Falconi
“L’Allucinazione
della Modernità” è uno di quei rari libri che ci costringono a pensare o, per
meglio dire, a ri-pensare i fondamenti di ciò che abbiamo edificato come “Mondo-In-Comune”
- il Mit-Welt di heideggeriana
memoria - all’interno del quale ci relazioniamo quotidianamente agli altri e
attribuiamo un senso alla nostra esistenza. Il pensiero decostruttivo e
demistificante dell’autore - il chirurgo bolognese Pier Paolo Dal Monte - ci
induce a riflettere nuovamente su ciò che concepiamo come “Ragione”,
invitandoci a ripensare il nostro stesso pensiero a partire dai suoi più
inespressi e taciti presupposti.
D’altra
parte un pensiero, se autenticamente incarnato da colui che lo esprime,
presuppone a sua volta un sentimento: il pensare scaturisce dal sentire. In
questo caso sono convinto che alla base dell’analisi lucida e rigorosa operata
da Dal Monte vi sia, prima di tutto, un forte e insopprimibile sentimento di
indignazione nei confronti di una ideologia violenta e desertificante,
definibile oggi come totalitarismo tecnico-finanziario globale, giunto ormai alla
sua massima espansione così come alla sua massima esposizione e, conseguentemente,
al suo capolinea. A proposito dell’accesa vis polemica che accompagna tutto il
testo, ma che allo stesso tempo non nasconde affatto, anzi semmai tende ad
esaltare, lo sguardo benevolo e compassionevole dell’autore nei confronti dei
suoi simili, mi sovviene alla memoria lo splendido titolo di una raccolta di
brevi racconti di Pino Cacucci, “Un po’ per amore e un po’ per rabbia”, ove
l’utopia redentrice si mescola alle ferite non più rimarginabili della storia.
Nel
nostro caso Dal Monte, operando una diagnosi puntuale e spietata della
Modernità – e chi meglio di un medico avrebbe potuto diagnosticare una malattia
di così vasta e profonda portata – ripercorre, grazie a un accurato excursus
storico-culturale, le principali tappe post-medioevali che hanno condotto
l’umanità al tanto decantato Progresso: il Rinascimento, esauritosi col cocente
fallimento nel restituire centralità al mondo dello spirito e
dell’immaginazione; la Riforma Protestante Luterana e Calvinista, con la sua
sete di salvifico martirio, scaturente in un’etica lavorativa fondata sul
profitto, sull’accumulo e sul sacrificio benedicenti; la nascita e lo sviluppo
della Moderna Scienza Sperimentale, grazie ai determinanti contributi di
Bacone, Cartesio e Galileo, con particolare attenzione alla riduzionistica
distinzione di quest’ultimo tra qualità primarie e qualità secondarie;
l’avvento dell’Illuminismo, concepito in netta antitesi ad ogni anelito di
illuminazione, ovvero a qualsiasi pretesa di elevazione spirituale da parte
dell’essere umano; il definitivo trionfo di ciò che René Guenon ha indicato appropriatamente
come il “Regno della Quantità”, caratterizzato dal fatto che tutto si può
spiegare pur senza nulla comprendere.
Con
l’avvento di quest’ultimo si profilano chiaramente i dogmi fondamentali della
Modernità: la tracotante volontà di potenza del singolo individuo, del tutto
privo di consapevolezza nei confronti dei propri limiti; l’illusione
scientifica e tecnologica secondo cui tutto è manipolabile e perfezionabile; il
mito della crescita e della produzione progressive e illimitate; la ragione
mutilata e ridotta a utilitaristico calcolo razionalizzante. Questo esaltante
processo caratterizzato dall’assioma “più” è uguale a “meglio”, nonostante
l’imbarazzante assenza della necessaria conoscenza dell’optimum, culmina con l’affacciarsi nella storia di una nuova
tipologia di essere umano, il cosiddetto Homo
Oeconomicus.
Questa
inquietante evoluzione dell’Homo Sapiens
Sapiens non soltanto non sa più che farsene, dato che nemmeno la concepirebbe,
della saggezza tanto ambita e idealizzata nell’antichità, frutto di una serena
e distaccata Vita Contemplativa, ma
si rivela estraneo anche alle categorie arendtiane della Vita Activa, dato che non può essere associato né all’agire dello Zoon Politikon né all’operare dell’Homo Faber. Potremmo semmai
identificarlo per molti versi con l’Animal
Laborans, la cui tipica occupazione oggi è quella dell’impiegato e
dell’operaio di processo descritti da André Gorz e nel cui mondo ciò che conta
è unicamente il valore di scambio di un oggetto, sia nel caso di ciò che viene
prodotto, sia nel caso di ciò che lo produce. Il soggetto si trasforma così
anch’esso in un oggetto, una merce scambiabile come tutte le altre merci, merce
tra le merci, acquistando il titolo di “forza-lavoro” o, per essere
maggiormente consoni alle recenti logiche paternalistiche atte a favorire un
normalizzante quanto subdolo sviluppo personale all’interno del luogo di lavoro,
di “risorsa umana”.
L’imperativo
dell’odierno sistema, ormai è evidente, non è nient’altro che la produzione per
la produzione, la crescita esponenziale di merci fine a se stessa, dunque senza
alcun fine che non sia la sua infinita, quanto insensata, riproduzione. A
questo punto il nostro Animal Laborans,
oltre ad essere costretto ad integrarsi come minuscolo ingranaggio, funzionale
ed efficiente all’interno della Mega-Macchina Produttiva, deve necessariamente
assumere anche il ruolo di Animal Consumens,
consumatore vorace e compulsivo, affinché la Mega-Macchina non si inceppi ed
imploda rovinosamente su se stessa. Di conseguenza è necessario che le
industrie del marketing, della pubblicità e della moda siano sempre più
fiorenti al fine di, mutuando la suggestiva espressione di Serge Latouche,
colonizzare totalmente il nostro immaginario attraverso aggressive campagne
mediatiche atte a creare una serie interminabile di bisogni indotti.
Contemporaneamente si incentiva l’obsolescenza programmata dei prodotti
acquistati e si promuove la cultura della delega e della passività. Assistiamo
così ad una pazzesca inversione della logica pre-capitalistica e
pre-industriale per cui non si produce più per consumare, ossia per soddisfare
i bisogni e le esigenze degli uomini, ma si consuma per produrre, ovvero per
assicurare il buon funzionamento del fagocitante Golem, ormai del tutto fuori
controllo.
Vi
sono due celebri miti greci che simboleggiano perfettamente la tipica dinamica
comportamentale dell’odierno “lavoratore-consumatore”: da una parte vi è Sisifo,
emblema del lavoratore alienato e reificato, condannato per l’eternità a
ripetere insensatamente la stessa inutile fatica di spingere con la forza del
proprio corpo un enorme masso in cima ad una collina per poi rivederlo ogni
volta ripiombare giù a valle e quindi ricominciare ottusamente da capo;
dall’altra parte c’è Tantalo, suo complementare, emblema del consumatore
eternamente sollecitato e, allo stesso tempo, eternamente frustrato, il quale
si trova sempre a un passo dagli oggetti dei suoi desideri (ovviamente
indotti), ma proprio sul più bello, quando la “felicità” tanto agognata sembra
ormai a portata di mano, ecco che il sogno svanisce facendo ripiombare il
nostro povero illuso nell’ansia e nell’insoddisfazione più disperanti.
Ora
però, a quanto pare, l’attuale sistema potrebbe persino fare a meno di questa
assurda messinscena, dato che macchine sempre più tecnologiche stanno
sostituendo progressivamente e in ogni settore la forza-lavoro degli esseri
umani, mentre la ricchezza prodotta sta defluendo in modo sempre più evidente
verso la cima della piramide, la quale nel frattempo si sta oltremodo
restringendo. A questo punto, seguendo la presente impietosa diagnosi, credo
sia doveroso chiedersi, come già avvertiva drammaticamente Gunther Anders negli
anni ’50, se davvero l’uomo risulti irrimediabilmente antiquato, se cioè sia
ancora possibile attribuire un senso all’umano nel momento in cui si hanno a
disposizione macchine di gran lunga più efficienti e performanti di lui, che
non si ammalano, non scioperano, né tantomeno necessitano di ferie. Perché
insomma, potremmo provocatoriamente chiederci, non sostituire definitivamente il
debole e inaffidabile uomo con inossidabili cyborg e robot, come tra l’altro
esplicitamente caldeggiato da alcuni folli tecnocrati, novelli demiurghi che si
dilettano a giocare col fuoco, avvalorando e rendendo sempre più reali le
peggiori distopie mai immaginate?
L’apocalittico
scenario tratteggiato, seppur potenzialmente attuabile a livello tecnico, non
tiene però conto degli insormontabili limiti energetici e ambientali legati
alle risorse finite presenti sulla Terra. Non tiene conto soprattutto di un
principio fondamentale esistente in natura: il secondo principio della termodinamica, ovvero
il progressivo aumento dello stato di entropia presente nell’universo. Il che
significa anche, da un punto vista più ampio, diciamo pure filosofico, la
necessaria e immutabile ciclicità di distruzione e rigenerazione cosmiche,
l’eterna e continua trasformazione di ogni cosa grazie alla quale possiamo comprendere
come la fine non sia in fondo che un nuovo inizio. Tutto ciò vale non soltanto
per la vita del nostro pianeta e dell’intero universo, ma dovrebbe essere preso
in considerazione anche per qualsiasi altro sistema complesso: sia per la vita
del singolo individuo, sia per la vita di un insieme di individui come può
essere una società o una comunità.
Oggi,
come trapela chiaramente dal testo preso in esame, ci troviamo in un momento
storico di radicale mutamento: un intero paradigma culturale sta esalando gli
ultimi ammorbanti respiri, mentre stanno emergendo all’orizzonte, in modo
timido e confuso, nuove diverse modalità di “stare al mondo”. Eppure, come
avvertiva Holderlin, “più non sono gli dei fuggiti, né ancor sono i venienti”.
Date le attuali condizioni credo sia necessario ri-mettere radicalmente in
gioco l’intero nostro sistema di abitudini e conoscenze, re-settare
completamente il nostro infernale modo di produrre, scambiare e consumare le
cose, ri-considerare e ri-valorizzare gli ambiti e i settori fondamentali per
un nuovo mondo a venire (l’ambiente, l’energia, l’agricoltura, l’artigianato,
la moneta, il lavoro, il potere, la cultura), insomma, per usare una sola
parola, ri-cominciare. A questo punto, come suggerisce Dal Monte, la prima
facoltà da recuperare per dare inizio e spazio al nuovo è l’Immaginazione, quel
Mundus Imaginalis generatore di
mondi, rimosso e represso dallo scarnificante monopensiero della Modernità. Ciò
significa riscoprire anche l’intera dimensione del Mito con la sua inesauribile
rete di Archetipi e Simboli eterni. Ciò significa soprattutto ripartire
dall’originarietà del Linguaggio, ossia dal potere istituente e formante della
Parola, la quale dona magicamente senso al Mondo facendo sì che la Realtà sia.
Nella Bibbia si legge, come sappiamo: “In Principio era il Verbo”. Chissà che
non sia giunta l’ora di attingere nuovamente al principio e generare un nuovo verbo
attivante.
Loris Falconi
lunedì 6 maggio 2013
Recenzione a L'Allucinazione della modernità, di Alessandro Pertosa
La crisi che ha colpito l’economia globalizzata sembra aver raggiunto davvero l’Armageddon, in cui il declino del capitalismo annuncia al contempo la sua fine e la gloria onnipervasiva della tecnica, ormai sulla soglia dellasoluzione finale. La modernità che abitiamo scarta verso destini incontrollati, rincorrendo l’illusione diinfinitizzarsi in quello che, però, è l’incubo di una società della crescita senza fine, né fini. E il rischio attuale è proprio quello di ignorare – perché non si è neppure in grado di cogliere – il pericolo di una società s-finita, che persegue fini distruttivi e sforma l’essere-terra in un essere inabitabile e depauperato. Lo spettacolo è desolante, tutto fila via verso la distruzione, e la dittatura della tecnica non sembra ancora avere rivali attrezzati. L’ubriacatura del progresso continuo e illimitato rende i singoli individui dei compratori illusi, voraci e infelici, dei clienti fidati, come oggetti manipolabili, e acquirenti affetti da manie ossessivo-compulsive. Eppure dovremmo capire – non è così complicato – che la finitezza di questo mondo pone a ciascuno di noi dei limiti precisi alla prometeica volontà di trasformare la realtà secondo i propri interessi economici. Tuttavia è un fatto che avvenga il contrario: sarebbe opportuno indagare in profondità il perché.
Il fenomeno tecnico è ormai totalizzante, globale; da alcuni decenni, l’uomo, come la macchina, viene ridotto a mero oggetto tecnico, a ingranaggio-robot: condizione questa che non lo rende solo subordinato alla tecnica, ma in un certo senso lo sfinisce, lo marginalizza progressivamente verso l’ambito crudo dello strumento.
Certo, non possiamo negarlo, nel corso degli ultimi decenni la tecnica ha risolto all’uomo un gran numero di problemi materiali, ma ha tuttavia al contempo nascosto gli effetti collaterali che il processo evolutivo portava con sé. Il lavoro, da sempre considerato un mezzo, nell’orizzonte folle della crescita esponenziale si eleva al rango di fine: per l’uomo moderno, esso – il lavoro – non è più l’esercizio con cui si realizza qualcosa, un bene, ma rappresenta il mezzo di scambio fra la merce-uomo e gli oggetti acquistabili (mezzi, anch’essi, dello sviluppo capitalista, perché il loro acquisto continuo determina la domanda costante e quindi stimola la produzione del bene stesso). Si lavora per vivere da acquirenti, o meglio si vive con l’obiettivo principale – se non unico – di comprare: e si lavora anche per comprare quei prodotti che ormai non siamo più in grado di autoprodurci da soli, perché abbiamo disimparato ad occuparci dei nostri interessi immediati. All’interno di questo circolo vizioso, l’idea del lavoro buono, inteso come il risultato di un’azione produttiva, viene sostituita dal concetto indiscutibile e tendenzioso della remunerazione del proprio tempo: da qui l’emersione del totem «il tempo è denaro».
Nonostante i tentativi continui dell’intellighenzia finanziaria e capitalista, la fede nella crescita esponenziale del profitto si mostra sempre più nuda nella sua insana follia di tendere all’infinito in un mondo dalle risorse limitate. E forse, si dirà, è troppo tardi per rimediare, o se non lo è – se siamo ancora in grado di scorgere un barlume di umanità fra noi – il compito di ripensare l’umano a partire dal limite si presenta complicato, per non dire disperato. Certo, può darsi che la cicatrice permanga, ma non si può lasciare nulla di intentato: dallo studio dei sintomi si giungerà a curare la malattia ch’è ormai quasi cronica.
Il sintomo è chiaro: l’homo capitalisticus-tecnicus, vittima di un diabolico meccanismo allucinatorio, non sembra in grado di ammainare la bandiera ideologica del progresso inesauribile. Dal suo cantuccio moderno, egli pensa di ovviare alla crisi economica intervenendo sul rapporto fra i costi e i ricavi, non cogliendo invece l’inesorabilità del declino cui la società capitalista è ormai destinata. L’aumento esponenziale dell’entropia, il mito della scienza e il totalitarismo della tecnica emergono con violenza dalle nebbie esistenziali contemporanee, e si incrostano nel fondo della coscienza obnubilata dagli egoismi e dai vizi. E proprio alla denuncia dei vizi oscuri della modernità contribuisce non poco il poderoso e penetrante studio, L’allucinazione della Modernità, scritto da Pier Paolo Dal Monte, medico e filosofo di sorprendente erudizione.
Il volume, costituito nel suo complesso da quattro sezioni, disvela l’allucinazione con cui la modernità, plasmata dal mito del progresso illimitato, sta distruggendo il mondo. La prima parte del saggio consiste in una disamina critica dell’ideologia che sottostà al modello di sviluppo capitalista. L’autore, con sensibilità e perspicacia, mette in evidenza l’insostenibilità energetica e ambientale di una crescita senza limiti con particolare riferimento alla produzione di cibo e al consumo esasperato di idrocarburi, che determinano a caduta l’incremento nel consumo di petrolio, nonché l’aumento diretto del riscaldamento globale del pianeta.
Nella seconda sezione del lavoro, l’Autore racconta con puntualità e con raffinata lucidità, l’evoluzione storico-filosofica della genesi del pensiero moderno, fino a dare conto della struttura teoretica su cui poggiano i dogmi della crescita infinita e del dominio del mondo. Fra le righe emerge anche un’interessante analisi storica della civiltà industriale, accompagnata dalla segnalazione di alcune follie proprie dell’homo capitalisticus-tecnicus. Ha pienamente ragione Dal Monte quanto denuncia la bruttezza estetica dell’industrializzazione. «L’industriale – scrive, riportando un passo Elemire Zolla – è stato il primo uomo nella storia a preferire il brutto al bello. Dove ha steso la sua mano ha distrutto l’arte» (II, V, p. 168). Così come condividiamo la descrizione delle schizofrenie prospettiche del capitalismo contemporaneo, allorché «si arriva al paradosso che un appartamento situato in un orrendo palazzo, circondato da edifici parimenti sgraziati, in una zona di grande traffico, afflitta da un frastuono incessante, possa avere un valore di scambio (ovvero un prezzo) assai più elevato, rispetto a quello di una bella dimora situata in un’amena e silenziosa campagna, con un vasto terreno attorno e uno splendido panorama (in poche parole una vera casa). Questo è dovuto all’ipnosi di massa che guida la mano invisibile del mercato» (II, V, p. 162).
La radicale messa in discussione della mitologia moderna è presente un po’ ovunque fra le pieghe della riflessione di Pier Paolo Dal Monte, ma prende corpo in particolare nella terza sezione del volume. L’autore mette molto bene in evidenza il principio indiscutibile dell’ideologia tecnologica, che pone le sue radici sulla crescita assunta come un bene in sé. Eppure in natura la crescita esponenziale, simile a quella auspicata dai paladini della contemporaneità, si manifesta soltanto nelle patologie più gravi, e in genere causa la morte del soggetto che ne è affetto. In economia, invece, la crescita infinita del profitto – così come l’aumento infinito della tecnica – pare non destare sospetti ad alcuno. Né tanto meno preoccupazioni relative al carico di inquinamento e di rifiuti che un meccanismo del genere produce. Dal Monte denuncia qui l’inversione tra capitalismo e tecnica, ma lo fa discostandosi – pur senza esplicitarlo – dalla riflessione di Emanuele Severino, che vede nella onnipervasione della tecnica l’approdo necessario di un capitalismo in declino. Con buone ragioni, al contrario, L’Allucinazione della modernità propone una possibile uscita dalla follia mercantile moderna attraverso il completo ripensamento delle relazioni umane, non più viziate da illusioni prospettiche o da egoismi, ma pienamente consapevoli del ruolo comunitario che esprimono.
Nella quarta e ultima parte si discute dell’alienazione umana nella società dei consumi, nonché l’evoluzione del capitalismo fino alle ultime fasi di grave crisi del modello economico classico. L’ultimo capitolo di questa sezione è dedicato al tema della decrescita, intesa come l’unica via di uscita dalla barbarie. L’Autore suggerisce delle nuove linee guida comunitarie da cui partire per provare a immaginare un mondo diverso da quello attuale.
Il saggio testé presentato ha molti pregi, non ultimo un cospicuo apparato bibliografico usato da Pier Paolo Dal Monte con profonda erudizione e competenza. La ricognizione storico-filosofica e sociologica è davvero molto ben documentata: difficilmente si poteva fare di meglio. Quello che manca, ma non era questo l’obiettivo del progetto e quindi è un’assenza scusabile e non imputabile all’autore, è una adeguata riflessione sul fondamento filosofico della decrescita. Tuttavia, la riflessione di Dal Monte è un ottimo punto di partenza per discussioni future, che – c’è da augurarselo – sorgeranno proprio a partire dalla lettura di questo preziosissimo saggio.
Dove si arriverà, è troppo presto per dirlo. Di sicuro dovremo impegnarci con ancora maggior vigore nel fondare filosoficamente un discorso alternativo al pensiero dominante entro cui vivacchia il capitalismo classico. È forse utopico pensare di strutturare le relazioni umane secondo principi fraterni, comunitari e non mercantili? Non credo. Il percorso è di certo lungo e irto di ostacoli. Forse sarà difficile cogliere appieno il senso della condivisione comunitaria verso cui ognuno di noi dovrà tendere, sarà complicato ragionare secondo logiche relazionali basate sul dono e non sul possesso, ma è una strada che dovremo necessariamente percorrere se non vogliamo morire in un mondo governato dall’homo tecnicus sine anima.
Ci attende una vera maturazione, o forse un semplice ritorno al principio. Sicché solo quando avremo davvero capito che la vita d’ognuno di noi altro non è che uno sguardo difettoso sul mondo, che non consente a nessuno di avanzare pretese di diritti acquisiti o di proprietà, potremmo sperare di riprendere il cammino abbandonato secoli fa, quando mettemmo in marcia la rivoluzione illuminista del progresso. Fu un abbaglio, un errore imperdonabile. Vinti dalle sirene della civilizzazione ci illudemmo che la Ragione avesse ragione, e non capimmo invece che La Ragione aveva Torto.
Alessandro Pertosa, Università di Macerata
(Pier Paolo Dal Monte, L’allucinazione della Modernità, Editori Riuniti university press, Roma 2013).
mercoledì 24 aprile 2013
Presentazione del libro: L'ALLUCINAZIONE DELLA MODERNITÀ. BOLOGNA, 3, MAGGIO, 2013
La Libreria
Ibis e l’Associazione Vita Activa sono liete di invitarvi alla presentazione del
libro:
L’ALLUCINAZIONE
DELLA MODERNITÀ
di Pier Paolo
Dal Monte
Editori
Riuniti-University Press
Venerdì 3 Maggio 2013 alle ore 20.30 presso la Sala
Conferenze Baraccano, via Santo Stefano 119, Bologna
domenica 24 marzo 2013
L'allucinazine della modernità
ISBN13: 9788864730998
Data pubblicazione: 24 Marzo 2013
Pagine: 432INDICE
Introduzione p. 11
Parte prima. Civiltà e entropia
I. L’allucinazione della modernità 17
1. L’illusione tecnologica, p. 17; 2. L’esiziale superbia della modernità, p. 20; 3. La volontà di potenza e i limiti del mondo, p. 24; 4. La legge dell’entropia, p. 33; 5. L’entropia nei sistemi viventi, p. 35; 6. Entropia e sistema economico, p. 37; 7. L’energia nelle civiltà, p. 39; 8. Civiltà a energia solare e civiltà a energia fossile, p. 42
I. L’allucinazione della modernità 17
1. L’illusione tecnologica, p. 17; 2. L’esiziale superbia della modernità, p. 20; 3. La volontà di potenza e i limiti del mondo, p. 24; 4. La legge dell’entropia, p. 33; 5. L’entropia nei sistemi viventi, p. 35; 6. Entropia e sistema economico, p. 37; 7. L’energia nelle civiltà, p. 39; 8. Civiltà a energia solare e civiltà a energia fossile, p. 42
II. L’entropia della crescita e la crescita dell’entropia 45
1. La crescita esponenziale, p. 45; 2. L’esplosione demografica, p. 48; 3. Più cibo per tutti: la moderna agricoltura industriale, p. 50; 4. Cibo che consuma calorie, p. 52; 5. Dipendenti dai combustibili fossili, p. 54; 6. Il riscaldamento globale, p. 59; 7. Un «intrepido nuovo mondo», p. 63
Parte seconda. Genesi di un’allucinazione
III. Homo sapiens vs homo faber 69
1. Prigionieri di un’illusione, p. 69; 2. L’annichilimento dei significati, p. 73; 3. La lunga marcia del pregiudizio, p. 76; 4. I simboli di un mondo «vivo»: La parola e il mito, p. 79; 5. «Non di solo pane», p. 84; 6. Vita contemplativa e vita activa, p. 87
1. La crescita esponenziale, p. 45; 2. L’esplosione demografica, p. 48; 3. Più cibo per tutti: la moderna agricoltura industriale, p. 50; 4. Cibo che consuma calorie, p. 52; 5. Dipendenti dai combustibili fossili, p. 54; 6. Il riscaldamento globale, p. 59; 7. Un «intrepido nuovo mondo», p. 63
Parte seconda. Genesi di un’allucinazione
III. Homo sapiens vs homo faber 69
1. Prigionieri di un’illusione, p. 69; 2. L’annichilimento dei significati, p. 73; 3. La lunga marcia del pregiudizio, p. 76; 4. I simboli di un mondo «vivo»: La parola e il mito, p. 79; 5. «Non di solo pane», p. 84; 6. Vita contemplativa e vita activa, p. 87
IV. La grande trasformazione 95
1. Modernità e mito, p. 95; 2. L’avvento della modernità, p. 102; 3. Lo spirito del tempo e l’immaginazione. La fallita rinascita del Rinascimento, p. 106; 4. L’Eclissi dell’immaginazione: la Riforma e la Controriforma, p. 112; 5. L’eclissi di Dio. Protestantesimo e spirito moderno, p. 115; 6. L’eclissi della verità: le Moderne scienze e l’avvento del Regno della quantità, p. 119; 7. L’eclissi della realtà: il dubbio cartesiano, p. 126
1. Modernità e mito, p. 95; 2. L’avvento della modernità, p. 102; 3. Lo spirito del tempo e l’immaginazione. La fallita rinascita del Rinascimento, p. 106; 4. L’Eclissi dell’immaginazione: la Riforma e la Controriforma, p. 112; 5. L’eclissi di Dio. Protestantesimo e spirito moderno, p. 115; 6. L’eclissi della verità: le Moderne scienze e l’avvento del Regno della quantità, p. 119; 7. L’eclissi della realtà: il dubbio cartesiano, p. 126
V. La nascita del Regno della quantità 133
1. L’oscurantismo dei “lumi”, p. 133; 2. La nascita dell’economia I. La società come «organismo biologico», p. 137; 3. La nascita dell’economia II. Le macchine sataniche, p. 146; 4. La rivoluzione industriale, p. 148; 5. Valore d’uso e valore di scambio, ovvero “beni” e “merci”, p. 155; 6. L’inferno, p. 163; 7. La vittoria del Progresso, p. 169
Parte terza. Mitologia della modernità
VI. Interludio. L’aporia della modernità 175
1. L’oscurantismo dei “lumi”, p. 133; 2. La nascita dell’economia I. La società come «organismo biologico», p. 137; 3. La nascita dell’economia II. Le macchine sataniche, p. 146; 4. La rivoluzione industriale, p. 148; 5. Valore d’uso e valore di scambio, ovvero “beni” e “merci”, p. 155; 6. L’inferno, p. 163; 7. La vittoria del Progresso, p. 169
Parte terza. Mitologia della modernità
VI. Interludio. L’aporia della modernità 175
VII. Il mito dell’economia e la superstizione del denaro 185
1. Il mito dell’economia, p. 185; 2. Parole simili per significati opposti, p. 192; 3. L’illusione del denaro, p. 196
1. Il mito dell’economia, p. 185; 2. Parole simili per significati opposti, p. 192; 3. L’illusione del denaro, p. 196
VIII. Il mito della scienza e il totalitarismo della tecnica 209
1. Il mito della scienza, p. 209; 2. La nascita della tecnica, p. 218; 3. Dalle tecniche all’Universo Tecnico, p. 222; 4. Il «dislivello prometeico», p. 229; 5. Prometeo scatenato, ovvero l’illusione che la tecnica sia nelle mani dell’uomo, p. 233; 6. Schiavi della tecnica, p. 240
1. Il mito della scienza, p. 209; 2. La nascita della tecnica, p. 218; 3. Dalle tecniche all’Universo Tecnico, p. 222; 4. Il «dislivello prometeico», p. 229; 5. Prometeo scatenato, ovvero l’illusione che la tecnica sia nelle mani dell’uomo, p. 233; 6. Schiavi della tecnica, p. 240
Parte quarta. La modernità
IX. Se questo è un uomo 249 1. L’illusione del «migliore dei mondi», p. 249; 2. L’uomo fabbricato in serie, p. 252; 3. L’uomo merce, p. 260; 4. Animal laborans, p. 263; 5. Il fare senza scopo: Animal efficiens, p. 271; 6. Animal consumens: le merci come ricatto e come destino, p. 280; 7. L’ubiquitario canto delle sirene: l’adulto bambino e il mondo come mammella, p. 287; 8. I bambini adulti: la formazione del «recettore», p. 291; 9. Il confortevole nulla della quotidianità, p. 296; 10. Il mondo in effige, p. 303; 11. La terra desolata, p. 307
IX. Se questo è un uomo 249 1. L’illusione del «migliore dei mondi», p. 249; 2. L’uomo fabbricato in serie, p. 252; 3. L’uomo merce, p. 260; 4. Animal laborans, p. 263; 5. Il fare senza scopo: Animal efficiens, p. 271; 6. Animal consumens: le merci come ricatto e come destino, p. 280; 7. L’ubiquitario canto delle sirene: l’adulto bambino e il mondo come mammella, p. 287; 8. I bambini adulti: la formazione del «recettore», p. 291; 9. Il confortevole nulla della quotidianità, p. 296; 10. Il mondo in effige, p. 303; 11. La terra desolata, p. 307
X. La soluzione finale: il mondo come merce e come mercato 317
1. Condannati a crescere, p. 317; 2. L’età dell’oro del capitalismo, p. 322; 3. La fine (temporanea) dell’illusione, p. 325; 4. Il trionfo della crescita, p. 329; 5. Scricchiolii del sistema, p. 334; 6. Interludio. Comunismo e capitalismo: chiosa su una falsa dialettica, p. 337; 7. La vittoria della «mano invisibile»: la trasformazione del mondo in merce e mercato, p. 341; 8. Raschiare il fondo del barile: il delirio dell’economia «immateriale» e la voragine del debito, p. 351; 9. La fine della corsa, p. 360
1. Condannati a crescere, p. 317; 2. L’età dell’oro del capitalismo, p. 322; 3. La fine (temporanea) dell’illusione, p. 325; 4. Il trionfo della crescita, p. 329; 5. Scricchiolii del sistema, p. 334; 6. Interludio. Comunismo e capitalismo: chiosa su una falsa dialettica, p. 337; 7. La vittoria della «mano invisibile»: la trasformazione del mondo in merce e mercato, p. 341; 8. Raschiare il fondo del barile: il delirio dell’economia «immateriale» e la voragine del debito, p. 351; 9. La fine della corsa, p. 360
XI. L’immaginazione cosmopoietica 365
1. Vecchio pensiero nuova realtà, p. 365; 2. Immaginazione e realtà, p. 373; 3. Una diversa immaginazione, p. 381; 4. Imaginatio vera, p. 396; 5. Mundus humanus, p. 412
1. Vecchio pensiero nuova realtà, p. 365; 2. Immaginazione e realtà, p. 373; 3. Una diversa immaginazione, p. 381; 4. Imaginatio vera, p. 396; 5. Mundus humanus, p. 412
Bibliografia 421
lunedì 4 marzo 2013
Recensione: Il tramonto dell'euro, di Alberto Bagnai
Se dal punto di vista ontologico viviamo in un’illusione, la stessa cosa si può dire secondo un punto di vista assai più terreno, quello della narrazione dei fatti e degli eventi e della vita di tutti i giorni, quello che si suole, con un eufemismo abbastanza grottesco, chiamare “informazione”. Anche qui la rappresentazione dei fenomeni copre con uno spesso velo la realtà, solo che in questo caso il velo è costituito dalle menzogne con le quali, ciò che chiameremo pietosamente lo “spirito del tempo” (Zeitgeist direbbero i colti) cela la verità delle cose attraverso le lenti deformate dalla propria visione del mondo (in questo caso, i colti di cui sopra, userebbero il termine Weltanschauung).
In quest’ottica possiamo osservare il castello di fandonie che è stato costruito, negli ultimi decenni, dalle varie marionette di regime (giornalisti, economisti, politici), riguardo alla costruzione del famoso “sogno” europeo, alla crisi, alla moneta unica. Tutto questo per convincere gi ignari cittadini -e forse anche se stessi- che tutto quello che veniva attuato sulla loro pelle e loro malgrado, e che è costato loro “lacrime e sangue”, (economicamente parlando), veniva fatto per “il loro bene” (visto che vi è sempre qualcuno così lungmirante e generoso che conosce quale sia il bene altrui e lo persegue, nonostante tutto).
Così è stata fatta un’accurata e quasi perfetta opera di disinformazione atta a convincere tutti che questo Sogno, sognato solo da alcuni, dovesse essere il Sogno di tutti. Certo, ma come non pensare che i sogni di tutti non debbano essere popolati d’altro che una moneta unica, un grattacielo situato a Francoforte con davanti una € circondata da tante stelline? Come non ritenere ovvio che la direzione maestra sia quella di sottoporsi ad inutili sacrifici, sottoporsi a parametri macroeconomici arbitrari, che vengono dettati da istituzioni misteriose e da sublimi maggiordomi dai volti, per la verità assai repellenti, dei vari Van Rompuy e Barroso,? Ma certo, è talmente ovvio che questa sia la strada maestra, che vi è anche stato bisogno di creare una sorta di moderna Geheime Staatspolizei (continentale, questa volta) chiamata Eurogenfor atta a punire tutti riottosi che vivono nel peccato perché –mirabile dictu- non credono nel Sogno.
Quanto a noi, ammettiamo la nostra condizione di peccatori, questo Sogno proprio non riusciamo a farlo nostro, nemmeno nei momenti nei quali la nostra coscienza si assopisce per scivolare nell’oblio del riposo. No, non è mai accaduto. Ci è capitato sì, di sognare fiumi di latte e di miele, pecore che vivessero in armonia coi lupi; persino frotte di Bond Girls o di conigliette discinte che giocano a pallavolo ai bordi della piscina (nostra, nel sogno) . Ma, sicuramente non ci è mai accaduto di sognare unioni valutarie o politiche che comportassero sacrifici inenarrabili e gratuiti. E, visto che siamo piuttosto blasfemi (perché i Sogno è una moderna religione[1]), pensiamo che nessuno (a parte gli artefici del Sogno) possa affermare di averlo mai sognato.
In questi ultimi anni molti cittadini europei (anche se la dizione è impropria, perchè l’Europa è un concetto, non uno stato) hanno potuto scoprire sulla propria pelle che questo famoso sogno è diventato un incubo.
In questo contesto, il libro di Alberto Bagnai, che porta il suggestivo titolo “Il tramonto dell’euro”, è assolutamente prezioso, perché compie un’opera di disvelamento particolarmente efficace. Inoltre, contrariamente a quanto si possa pensare, trattandosi di un libro di argomento economico, la lettura è estremamente gradevole, spesso appassionante, grazie alla piacevolezza e alla vivacità dello stile e alla spassosa ironia che l’autore spande a piene mani nelle oltre 400 pagine del volume, quasi volesse smentire recisamente le parole di Carlyle che definì l’economia come “la scienza triste” (The dismal science).[2]
Questa levità stilistica, tuttavia, non inficia il rigore scientifico e la precisione le quali ‘autore tratta l’argomento (il libro abbonda di dati, tabelle e riferimenti bibliografici), ma ha il grande pregio di farne una lettura per i più, e non solo per “addetti ai lavori”. Questa, dobbiamo riconoscere, è una dote rara, ai nostri tempi.
Egli ci racconta che le tante parole e frasi che, negli ultimi anni, hanno riempito ogni angolo dell’etere e della carta stampata, come “rigore”, “austerità” e, l’onnipresente “ce lo chiede l’Europa”, non siano state altro che una propaganda assai pervasiva ed estremamente efficace per nascondere il vero volto dei fatti. La realtà è stata nascosta dal velo di Maya fabbricato della “bava essiccata di generazioni di mentitori di professione”[3], che hanno parlato, più che altro, della finanza impazzita, degli speculatori cattivi e dei perfidi banchieri che complottano alle spalle degli ignari cittadini, e chi più ne ha, più ne metta. Anche se le categorie citate hanno – ovviamente – gravi colpe, una spiegazione veridica di ciò che sta avvenendo, non può limitarsi a questa narrazione patinata.
Difatti, l’Autore ci racconta che la spiegazione è da cercarsi altrove: “Entrando nell’Euro, i paesi membri sono stati degradati al rango di econome emergenti, perché hanno perso il controllo della valuta nella quale denominare il proprio debito” (pag 40)”
Da lì passa a spiegare la teoria delle aree valutarie ottimali (il cui acronimo suona OCA, dall’ingleseOptimum Currency Area), che “è definita come l’assieme di Paesi che può dotarsi senza problemi di una valuta unica [...] i nostri politici hanno sognato e, soprattutto, voluto che l’Europa fosse un OCA, cioè potesse trarre grande giovamento di una moneta unica” (Pag.112),
E quali sono i criteri che definiscono l’OCA? Certamente deve esservi una certa omogeneità tra le economie dei paesi che ne fanno arte, in particolare il tasso di inflazione deve essere simile, così la politica fiscale, e le politiche del lavoro. Inoltre deve essere possibile la mobilità delle persone e delle merci, il che comporta una fiscalità omogenea e sistemi pensionistici integrabili (ovvero, per dirla in parole semplici, se qualcuno va a lavorare in un altro paese, deve poter contare su una continuità contributiva). Inoltre, le aree economicamente più deboli devono poter essere sostenute dalla fiscalità generale (tramite trasferimenti diretti e/o sgravi fiscali, come avviene negli Stati Uniti).
Questo, tuttavia, non è stato il caso dei paesi aderenti all’unione monetaria europea, come denuncia l’autore:
“ La teoria suggeriva che l’Europa non poteva essere un’OCA e che il sogno sarebbe diventato un incubo. La decisione quindi non poteva essere tecnica, doveva essere politica, di quella politica pelosa che dichiara di volare alto, al di sopra della piatta razionalità tecnicistica, e quindi induce al sogno, cioè al sonno, i molti, perché questo è il modo migliore per fare l’interesse dei pochi, di quelli che possono pagare” (p.113)
Come al solito, siccome nil novum sub sole, tutto era già stato visto e descritto, nella fattispecie nella crisi Argentina che tanti dispiaceri aveva causato nei piccoli risparmiatori, grazie anche alla protervia delle banche che li avevano mal consigliati (ma gli economisti non dicevano che “non ci sono pasti gratis”? o forse così diceva la prima legge della termodinamica?), come è descritto nel cosiddetto Ciclo di Frenkel che descriviamo brevemente.
Il primo passo è quello della liberalizzazione dei movimenti capitali e l’adozione di un cambio fisso tra paesi con situazioni economiche disomogenee. In un secondo momento si osserva un afflusso di capitali esteri verso i paesi più “deboli”, che offrono rendimenti più elevati, per finanziare il settore privato. Quest’afflusso stimola una temporanea crescita economica, con un parallelo aumento dell’inflazione e una riduzione del debito pubblico. Tuttavia, un’inflazione più alta rispetto a quella dei paesi più forti, provoca una perdita di competitività (a causa dell’aumento dei costi di produzione) e, quindi, un ingravescente deficit commerciale (a causa delle importazioni).
A un certo punto la situazione viene percepita come rischiosa dagli investitori , e l’afflusso di capitali si arresta. Per ottenere ulteriori capitali (prestiti) i paesi in questione sono costretti ad alzare i tassi di interesse e la situazione situazione si fa sempre più instabile, fino ad innescare una vera e propria crisi debitoria (quello che, relativamente alle aziende private, si chiama insolvenza.
“Se era chiaro che la rigidità del cambio creava dei problemi, se c’era stata la crisi del 1992, perché mai i governi europei hanno deciso di rientrare in questa trappola? [...]Di certo tra le motivazioni di questa scelta c’era il Sogno, il grande Sogno europeo, con la “S” maiuscola, ma c’era anche la consapevolezza del fatto che, in economia, le scelte sbagliate fanno vincitori e vinti” Pag 102
La moneta unica toglie l’unica arma a disposizione dei paesi più “deboli” per rendere le proprie merci più competitive sul mercato internazionale (almeno rispetto ai paesi dotati di medesima valuta, leggi Germania, in questo caso), che è quella della svalutazione della propria moneta, quindi essi devono “svalutare” i fattori di produzione e, nella fattispecie, quello più facile da svalutare, ossia il costo del lavoro. Ergo, è facile capire chi deve sopportare i maggiori costi di questa scelta.
“Quello che inquieta è il disegno politico di quest’operazione: l’idea che in una democrazia i governanti possano procedere in modo autonomo, prendendo delle decisioni che costringono i cittadini a “fare la cosa giusta” imponendo loro dei costi [..]… Dietro al grande “sogno” europeo si intravede, in realtà un disegno di compressione delle libertà civili ed economiche delle classi subalterne in nome del famoso vincolo “esterno” (Pagg.126-127)
A questo punto appare tutto abbastanza chiaro. Che fare, dunque? I palcoscenici televisivi e le pagine dei giornali abbondano, per la verità, di economisti da salotto o di pifferai di regime che propongono innumerevoli e mirabolanti soluzioni quasi tutte fatte di sacrifici (altrui) e pertanto degne delle immortali parole di Stefano Ricucci[4].
Bagnai, invece ricorre a qualcosa di assai più desueto, ovvero al buon senso, il quale ci dice che, siccome, errare è umano (anche se non di errori si trattò), ma perseverare è diabolico, vi è un’unica soluzione possibile, dalla quale discendono tutte le altre, ovvero. “ Uscire dall’euro, come affermazione di sovranità e di democrazia, riprendendo il controllo della politica valutaria “
Dopodiché si potranno fare tante altre cosette, per uscire dalla shock economy (ricordate il nanetto di Chicago, amico di Pinochet?) nella quale siamo stati volutamente cacciati, come
“-Ristabilire il principio che la Banca centrale è uno strumento del potere esecutivo e non un potere indipendente all’interno dello Stato
-Riprendere il pieno controllo della politica fiscale, cioè ripudiare gli obiettivi di pareggio di bilancio che costringe a rispondere alle crisi con tagli e aumenti delle imposte
- Adottare una politica di scambi con l’estero che tenda all’equilibrio della bilancia dei pagamenti
- Ristabilire la separazioni delle funzioni tra banca commerciale e banca d’affari (abolita dalla riforma bancaria del 1994)”
Insomma, liberata dai vincoli e dalle pastoie del “ce lo chiede l’Europa”, la politica potrebbe promuovere tante simpatiche iniziative per un’economia sostenibile, quali:
“La riqualificazione del patrimonio pubblico (scuole, patrimonio artistico e archeologico)
La riqualificazione del territorio (rischio idrogeologico, recupero di terreni agricoli)
La definizione di un piano energetico nazionale volto al contenimento degli sprechi e alla conversione energetica con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fonti fossili
Implementare le reti di trasporto locale.
Promuovere le filiere commerciali corte, che favoriscono i produttori locali
Questo è un programma che sottoscriviamo in pieno, ed è inutile dire che per attuare una qualsiasi politica che abbia un senso, è necessari uscire dallo stato di perenne emergenza che i “vincoli esterni” ci impongono. Anche se abbiamo già scritto altrove[5] che il capitalismo morente agisce con una “pompa aspirante” che opera tramite la politica per estrarre le ultime gocce di valore di scambio dagli stremati cittadini, onestamente, quello che sta accadendo ora, supera le nostre previsioni. Specialmente se pensiamo alll’esperimento sociale che sta avvenendo sotto i nostri occhi, quello che questo raccapricciante mostro, chiamato Unione (sic!) Europea sta compiendo con la sfortunata Grecia. I moderni e anaffettivi burocrati dal volto pulito, i Draghi, i Monti, i Van Rompuy, i Barroso, ci ricordano quella “banalità del male” già incarnata in passato da personaggi altrettanto grigi come Adolf Eichmann. Ma forse il concetto diUntermenschen non è solo un ricordo del passato.
Ps. Segnaliamo anche il Blog di Alberto Bagnai che costituisce un’interessantissima piattaforma di approfondimento su questi argomenti: www.goofynomics.blogspot.it/
- Titolo: Il tramonto dell’euro. Come e perchè la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa
- Autore: Alberto Bagnai
- Editore: Imprimatur
- Data di Pubblicazione: Novembre 2012
- ISBN: 8897949282
- ISBN-13: 9788897949282
- Pagine: 414
- Prezzo: € 17.00
[1] Vedi il breve saggio di Walter Benjamin, Il capitalismo come religione
[2] Truly, my philanthropic friends, Exeter Hall philanthropy is wonderful; and the social science — not a “gay science,” but a rueful –which finds the secret of this universe in “supply and demand,” and reduces the duty of human governors to that of letting men alone, is also wonderful. Not a “gay science,” I should say, like some we have heard of; no, a dreary, desolate and, indeed, quite abject and distressing one; what we might call, by way of eminence, the dismal science. Thomas Carlyle, Occasional Discourse on the Negro Question
[3] Cfr. Renè Daumal, La conoscenza di sè
[4] Sso’ ttutti bboni a ffa er froscio cor culo de l’antri
[5] Vedi:Vedi: “La soluzione finale: il
mondo come merce e come mercato, in L’allucinazione della modernità, Editori
Riunit-University Press 2013
sabato 2 marzo 2013
Prometeo al mercato, ovvero la medicina ai tempi della crisi
Prometeo
al mercato, ovvero la medicina ai tempi della crisi
Secondo
la narrazione di Esiodo ed Eschilo, il titano Prometeo fu colui che il fuoco agli uomini e, per questo fu
condannato da Zeus ad un supplizio
eterno. Il dono di Prometeo simboleggia la conquista della tecnica da parte
dell’uomo e, per estensione il progresso tecnologico.
La
dottrina del progresso, che postula un’illimitata evoluzione tecnologica come
parte integrante di un cammino progressivo verso il “meglio”, non include nella
propria visione la prospettiva di doversi confrontare con qualsivoglia limite,
incluse le condizioni economiche sfavorevoli in cui oggi si trova la maggior
parte delle Nazioni. La strada verso il “meglio” è considerata parallela a
quella verso il “più”: il progresso e la crescita economica sono considerati
come gemelli siamesi che procedono inseparabili verso un luminoso futuro.
Quest’idea
di progresso ha plasmato anche la moderna concezione di ars medica, che non conosce limiti all’evoluzione tecnologica delle
pratiche diagnostiche e terapeutiche.
Nel
corso dell’ultimo secolo la medicina moderna è stata protagonista di clamorosi
successi: ha debellato molte malattie che erano tra le maggiori cause di morte
del passato, è stata responsabile del drammatico aumento dell’aspettativa di
vita e della diminuzione della mortalità infantile che si sono verificate nelle
nazioni industrializzate (e, in misura minore, nel resto del mondo). Tuttavia,
oggi, i moderni sistemi sanitari stanno affrontando crescenti difficoltà, non
solo nel migliorare la propria efficacia nelle cure della salute, ma anche,
semplicemente nel mantenersi ai livelli del recente passato. Questo è dovuto a
molteplici fattori, uno di questi è riconducibile a quella che l’economista
inglese David Ricardo definì la legge dei ritorni marginali decrescenti[1],
un’altro è senz’altro da individuarsi nell’incompatibilità tra l’idea di
progresso infinito e la finitezza delle risorse di cui le società possono
disporre
I ritorni marginali decrescenti
In economia, i ritorni marginali di un fattore di
produzione in genere diminuiscono con l’aumento di input del fattore medesimo. Per
dirla in parole più semplici si può usare una definizione che suona un po’ come
uno slogan: col 20% degli investimenti può essere ottenuto l’80% di successo;
ma è necessario l’80% degli investimenti
per arrivare al 100%.
Si
può affermare che la più parte dei successi della medicina, nell’ultimo secolo,
sia stata ottenuta con mezzi relativamente semplici e poco onerosi, come il
miglioramento dell’alimentazione e delle condizioni igieniche, l’introduzione
degli antibiotici e dei vaccini e, in misura minore, con la chirurgia asettica
e l’avvento delle moderne tecniche rianimatorie. Da lì in poi i miglioramenti
ottenuti, seppure indiscutibili, sono stati marginali.
Il
grafico seguente può illustrare con immediatezza visiva il calo della
“produttività” del sistema sanitario degli Stati uniti nel corso di
cinquant’anni(sempre definita come aumento dell’aspettativa di vita e
diminuzione della mortalità infantile per unità di spesa)

Produttività del sistema sanitario U.S.A. 1930-1982.(Indice
di Produttività = Aspettativa di
vita/ spese per la sanità). J. Tainter, The collapse of complex society ,1988
Se
questo grafico fosse stato costruito includendo anche gli ultimi trent’anni, la
curva discendente sarebbe assai più ripida, perché l’introduzione continua di
nuove e sempre più costose tecnologie, sta comportando un aumento incontrollato
delle spese che i sistemi sanitari devono sostenere, spesso con benefici
marginali o ì, addirittura dubbi.
Il
progresso illimitato e la limitatezza delle risorse
La
concezione moderna di progresso illimitato ha portato inoltre, ad una idea di
medicina che non pone limiti alle possibilità di miglioramento della “salute”:
qualunque sia il risultato che si ottiene, esso non sarà mai sufficiente a
soddisfare le aspettative. Quest’attitudine conduce inevitabilmente allo
scontro tra questo tipo di “esigenze”, che è illimitata, con i limiti delle
risorse a disposizione per soddisfarla.
Di fatto, la sostenibilità dei sistemi sanitari in tutto il
mondo è messa a dura prova di fronte agli oneri economici ed organizzativi che
queste “esigenze” comportano. L’introduzione di tecnologie sempre nuove e
sempre più costose comporta sempre
crescenti, così la richiesta da parte della popolazione, di un aumento della
quantità delle cure e di un continuo miglioramento della loro qualità, inoltre la
continua pressione della ricerca e dell’industria verso l’adozione di pratiche
terapeutiche sempre più innovative ma, al contempo, sempre più costose.
In passato, la sostenibilità finanziaria
del sistema era consentita dalla crescita economica continua, ma cosa succede
se quest’ultima non si verifica? Il modello che presuppone un progresso
illimitato finanziato da una crescita economica infinita è estremamente
pericoloso, perché presuppone un andamento lineare e prevedibile di un sistema
complesso quale sono le moderne società e le moderne economie, business as
usual che non è affatto certo o scontato.
Nel grafico seguente è riportato
l’andamento dell’aspettativa di vita in Russia negli anni immediatamente
precedenti e successivi al crollo del comunismo:

Fonte:
Vladimir
M. Shkolnikov, France Mesle: The Russian Epidemiological Crisis as Mirrored by
Mortality Trends In: DaVanzo, Julie and Gwen Farnsworth. Russia's Demographic
''Crisis''. Santa Monica, CA: RAND Corporation, 1996.
Come si può vedere, dal 1988 al 1993,
l’aspettativa di vita per gli uomini è calata di ben otto anni, e di circa
quattro per le donne (con un picco di calo tra il 1990 e il 1992). Questo
fenomeno è indicativo del fatto che una crisi grave in un sistema sociale
colpisce gravemente i sistemi sanitari, nonché le altre condizioni
(alimentazione , igiene, stile di vita) che sono fondamentali per la cura della
salute. Non solo, ma ci mostra anche che, quanto più l’organizzazione di un
sistema sanitario è complessa e costosa, tanto meno è resiliente nei confronti
delle eventuali crisi. In questi ultimi tempi stiamo assistendo allo stesso
fenomeno (anche se meno grave in termini quantitativi) di ciò che si verificò
in Russia, anche lì, il sistema sanitario sta collassando a causa di una grave
crisi economica verificarsi di crisi.
Sostenibilità ed etica
Il discorso sulla sostenibilità delle
cure, non è volto ad auspicare un ritorno al passato o stimolato dai richiami
al contenimento dei costi da parte di autorità politico economiche (“ce lo
chiede l’Europa”), che fanno riferimento soltanto ad un determinismo di natura
contabile, che è segno di un’abdicazione da parte della sfera politica a favore
di quella economica. Il discorso è invece assai più complesso e si riferisce
all’incompatibilità logica tra aspirazioni infinite e risorse finite, tra
l’astrazione delle speranze e la concretezza della realtà fattuale.
In realtà, ad oggi, il Servizio Sanitario
Italiano è uno dei meno costosi tra i paesi occidentali (WHO: Global
Health Expenditure Atlas 2011, OECD Health Data 2012)
e uno dei più efficienti ed efficaci a livello mondiale (WHO: World
Health Statistics 2012). Questi proclami allarmistici lanciati ad arte ci
sembrano pertanto capziosi e strumentali, ma assolutamente inappropriati ad
affrontare la questione nel merito.
Il tema è assai più complesso rispetto ciò che
vorrebbe la banalizzazione contabile, e si riferisce all’incompatibilità logica
tra aspirazioni infinite e risorse finite, tra l’astrazione delle speranze e la
concretezza della realtà fattuale.
Attualmente,
nel mondo non vi è alcun sistema sanitario che sia sostenibile a lungo termine
e, se un sistema non è sostenibile, non potrà mai essere equo ed
efficiente.
E’ senza dubbio necessario riconsiderare
l’idea di progresso infinito e di innovazione tecnologica nel campo delle cure
della salute. Questo comporta la ridefinizione dei concetti di salute e
malattia, nonché quella di cure e terapia.
Questo è un compito non solo epistemologico,
scientifico e organizzativo, ma, in primo luogo etico. Se non lo fanno coloro
che sono preposti alle cure, lo faranno altri, con criteri astrattamente
contabili o di altro genere che non saranno certo quelli corretti ed appropriati per affrontare un tema così
complesso.
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